La banda dei finti gatti morti
Di notte e notte, al riparo dalla luce, con due bombolette spray, una di colore rosso e una nera, a passo veloce recarsi nelle vie urbane e suburbane, di quelle solitamente percorse a grande velocità, e disegnare per terra, sull’asfalto la sagoma allungata di un gatto nero spalmato, come investito da un veicolo, e una strisciata di rosso sangue lunghissima nel senso opposto a quello di marcia della corsia.
L’intento dovrebbe essere quello di spaventare i veicoli che percorreranno la via, o perlomeno almeno di farli rallentare nel tentativo di evitare di pestare ulteriormente il finto cadavere, anche solo per non sporcare le proprie gomme, nell’intento ulteriore di portare i conducenti a pensare a questa cosa, alla velocità, alla morte, alle interiora sparse per la strada.
A volte dei pezzi di carta o giornale o sacchettini di plastica, un poco svolazzanti, per vento o per il passaggio di un mezzo, insomma monnezza qualunque, ferma lì in mezzo alla strada, come le nuvole, questa monnezza assume strane fisionomie, alla luce del sole o sotto quella dei fari dell’automobile. Per un attimo o due può sembrare di vedere degli animali, morti dilaniati o vivi, il cuore salta in gola, si mette piede al freno, ma l’equivoco è presto sciolto.
La banda stavolta dovrebbe preparare con della carta pesta o del simile o dell’altro delle carcasse di gatti morti, arrotati, dilaniati, con spargimento di sangue e interiora.
I gatti sono pedoni?
Le automobili sono luoghi privati?
Le strade sono per tutti? Sono luoghi pubblici?
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